La Cina lavora a leggi più restrittive per controllare Hong Kong

Le proteste degli attivisti pro democrazia ad Hong Kong (foto: Anthony Kwan/Getty Images)

Il Covid-19 aveva messo in standby per mesi le proteste dei manifestanti pro democrazia a Hong Kong. Il calo dei contagi e l’alleggerimento della misure di distanziamento sociale hanno tuttavia recentemente riportato gli attivisti in piazza: dal 26 aprile ci sono state già alcune manifestazioni, più e meno pacifiche, nella città-stato. Il governo cinese ha annunciato l’introduzione di nuove leggi in materia di sicurezza nazionale che metterebbero definitivamente fine alle proteste. Dal punto di vista della propaganda ufficiale di Pechino si tratta di un modo per proteggere Hong Kong, le cui manifestazioni sarebbero sobillate da potenze straniere con l’obiettivo d’indebolire la Cina, mentre per gli attivisti è l’ennesima ingerenza nella politica del paese e una palese violazione delle libertà sancite dalla Legge Fondamentale di Hong Kong (una costituzione de facto che vige nella regione amministrativa speciale dal 1997, quando passò dal controllo del Regno Unito a quello di Pechino).

“Questa è la fine di Hong Kong”, ha dichiarato Dennis Kwok, attivista e legislatore di Hong Kong. “Pechino sta violando le promesse fatte al nostro popolo”, ha proseguito facendo riferimento all’articolo 23 della Legge fondamentale che delega solo alle istituzioni dell’ex colonia di emanare leggi sulla sicurezza nazionale per proibire “tradimento, secessione, sedizione e sovversione” contro il governo cinese.

Un’ordinamento speciale

Dal 1997 Hong Kong è una regione amministrativa speciale cinese: fa parte della Cina ma conserva una sua forma di autonomia, tanto che per definire il rapporto che vige tra i due paesi si parla di “un paese, due sistemi”. Hong Kong ha un proprio ordinamento giuridico, politico e legislativo, ma comunque appartiene alla Cina. Ma non si può parlare di democrazia priva di condizionamenti, perché la sfera di influenza del governo di Pechino è ancora molto forte. Proprio in virtù di questa particolare condizione, la Cina può avere voce in capitolo nelle questioni che riguardano Hong Kong.

Nell’annuale Assemblea nazionale del popolo – il parlamento cinese che si riunisce una volta all’anno e inizierà i lavori il 22 maggio – si ratificano di fatto le decisioni già prese dal Partito comunista, quindi non c’è alcun dubbio che le leggi riguardanti la sicurezza nazionale dell’isola verranno approvate. Sui contenuti specifici non si ancora nulla, ma secondo una ricostruzione fatta dal South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong ma di proprietà cinese, le nuove norme dovrebbero vietare “la secessione e l’attività sovversiva, nonché interferenze e terrorismo stranieri in città” . Misure simili ci sono anche in Cina e sono state usate per eliminare l’opposizione al partito comunista.

Inoltre, il ministero degli Esteri cinese si è già mosso sul piano diplomatico inviando una lettera agli ambasciatori stranieri presenti a Pechino per chiedere di appoggiare apertamente la legge perché “l’opposizione a Hong Kong ha da tempo cospirato con forze esterne per portare avanti atti di secessione, sovversione, infiltrazione e distruzione contro la Cina”.

Si tratta, infatti, di un evento unico: la Cina, fino ad ora, non si era mai imposta sul governo di Hong Kong in materia di leggi di sicurezza nazionale, per lasciare che la regione conservasse la propria indipendenza, almeno in apparenza. Nel 2003, anzi, le autorità filo cinesi di Hong Kong avevano provato a modificare la Legge fondamentale in questa materia, ma le manifestazioni di piazza avevano bloccato l’iter. E Pechino all’epoca decise di non intervenire.

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