Perché i braccianti agricoli stanno protestando

(foto: pagina Facebook di Aboubakar Soumahoro)

Sono stati migliaia i braccianti che nel foggiano, nelle frazioni di Borgo Mezzanone e Torretta Antonacci, si sono riuniti il 21 maggio per protestare contro il provvedimento di regolarizzazione dei lavoratori irregolari contenuto nell’ultimo decreto rilancio. Hanno risposto all’appello di Aboubakar Soumahoro – dirigente dell’Unione sindacati di base (Usb) e da sempre in prima linea contro il caporalato – che ha ribattezzato la manifestazione “lo sciopero degli invisibili” per indicare tutte le categorie di lavoratori – una platea numericamente molto ampia, rimanendo soltanto alle prime valutazioni – che non potranno beneficiare della sanatoria del governo. Alla mobilitazione hanno aderito anche le sardine e i Verdi-Europa Verde. Alla fine della giornata, una delegazione di braccianti è stata ricevuta in prefettura a Foggia.

Il perché dello sciopero

La sanatoria del governo è stata presentata con notevole clamore mediatico dovuto soprattutto alle lacrime di commozione che la ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, ha mostrato durante la conferenza stampa di presentazione del decreto. Le prime reazioni, provenienti da associazioni che si occupano di diritti dei migranti e dei lavoratori o da esperti di settore, come la Coldiretti, hanno ridimensionato il provvedimento. “Avremmo voluto una norma più avanzata che, così strutturata, darà risposte solo a una parte di chi vive ai margini in Italia”, si legge nel comunicato stampa del Consiglio Italiano dei Rifugiati (Cir). “I tempi non combaciano con quelli delle imprese. Nelle campagne le esigenze sono immediate, mentre per la regolarizzazione ci vorrà tempo”, ha sottolineato alla Stampa il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. “Il decreto rilancio contiene un provvedimento di regolarizzazione delle braccia e non della salute delle persone” è, invece, il commento di Soumahoro.

Da vari punti di vista, infatti, il provvedimento appare piuttosto lacunoso. A partire dal doppio canale scelto per la sanatoria dei lavoratori in nero. Il primo prevede che i datori di lavoro che hanno impiegato cittadini stranieri con il permesso di soggiorno scaduto potranno richiederne una regolarizzazione, stipulando un contratto di lavoro subordinato. Lo stesso principio vale anche per lavoratori italiani impiegati in nero. Il secondo, invece, dà la possibilità agli stranieri che hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019 o in scadenza, che non hanno lasciato il paese prima dell’8 marzo 2020, di chiedere un permesso temporaneo di sei mesi per cercare un lavoro. Se la ricerca ha esito positivo, il permesso di soggiorno da temporaneo viene trasformato in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro di quattro mesi. Una misura che si applica solo a settori determinati come quello agricolo, zootecnico, e della pesca, acquacoltura, lavoro domestico e assistenza della persona.

Limitare la platea di beneficiari solo a determinati settori esclude altri lavoratori in situazioni analoghe che lavorano nella logistica o nell’artigianato. A cui si potrebbero aggiungere quelli che lavorano nelle filiere gemelle alle aree regolarizzate che hanno gli stessi problemi. Inoltre, non c’è alcuna garanzia che i datori di lavoro siano disposti a regolarizzare, perché la procedura è a loro carico e potrebbe non essere conveniente. E per le associazioni che lavorano nel campo agricolo, i tempi burocratici per il rilascio del permesso di soggiorno non sono conformi a quelli agricoli e quindi potrebbero creare un ulteriore stop a un settore già in difficoltà.

Infine, il punto più controverso riguarda i motivi della sanatoria. Secondo l’Usb e gli organizzatori della campagna “Siamo qui, sanatoria subito”, i motivi di salute pubblica e umanitari, seguendo il modello del Portogallo, avrebbe dovuto guidare l’azione di governo. Infatti, i migranti, come osservato da Soumahoro, continuano a non avere assistenza medica e sono escluse persone che, per effetto dei decreti sicurezza, non possono ricevere protezione umanitaria.

 

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