Populisti alle prese col virus: cos’hanno in comune le risposte di Trump, Bolsonaro, Putin e Johnson

La Covid-19 è una malattia, è causata da un virus, il Sars-Cov-2, e né i virus né le malattie hanno colore politico. Eppure una connessione tra governi populisti e diffusione della Covid c’è: Usa, Brasile, Regno Unito e Russia al momento sono i paesi coi numeri più preoccupanti. E anche l’India del presidente nazionalista Narendra Modi si profila come un caso preoccupante nel prossimo futuro. Ma andiamo con ordine.

Il Brasile del presidente Bolsonaro, al momento, è quello con l’indice R0 più alto al mondo: si tratta del principale indicatore di trasmissione del virus e indica un futuro grigio per il paese più grande e popoloso dell’America del Sud, che attualmente è quarto al mondo per numero di contagi registrati e si appresta a diventare terzo, visto il tasso di crescita di molto superiore a quello spagnolo. 

Quella del Brasile è una situazione sanitaria, ma intrinsecamente politica: la presidenza ha sin dall’inizio sminuito la pericolosità del virus in più occasioni, ha adottato un approccio negazionista utile a imitare il suo principale alleato politico, il governo di Donald Trump, e proprio come il presidente Trump ha deciso di proteggere l’economia e non la salute pubblica, delegando le responsabilità di chiudere confini e imporre quarantene ai governi regionali. Il gioco politico è facilmente intuibile: quando arriveranno crisi economica e disoccupazione il governo di Brasilia potrà far ricadere le responsabilità sui governatori e dirsi estraneo alle misure che, secondo l’opinione pubblica, le hanno causate, mantenendo il proprio consenso elettorale.

Si tratta – dicono molti commentatori – della stessa scommessa di Donald Trump, ma il punto è che potrebbe anche non funzionare. Il governo di Bolsonaro, infatti, sembra essere in crisi: si è dimesso il secondo ministro della salute dall’inizio della pandemia, e pensare che era in carica da meno di un mese. Nelson Teich, questo il nome dell’ormai ex-ministro, ha presentato le sue dimissioni lo scorso venerdì e non sembra certo un caso che siano arrivate proprio mentre il paese si appresta a diventare, con oltre 140mila casi attivi, uno dei più criticamente colpiti dal nuovo coronavirus. Presto, ed è questo un altro dei dati che preoccupa i brasiliani e chi li ha a cuore, nella popolosa regione di San Paolo (22 milioni di abitanti) i posti in terapia intensiva potrebbero essere tutti occupati.

Il Regno Unito Di Boris Johnson

L’approccio di Bolsonaro, quello di sminuire la pericolosità del virus, impedire fino all’ultimo le chiusure delle industrie e degli esercizi commerciali e poi andare a braccio per non perdere consenso nonostante la crescita dei contagi, non è certo un’eccezione. Ha fatto lo stesso Boris Johnson nel Regno Unito, ignorando i segnali d’allarme provenienti dalla situazione italiana e ritrovandosi oggi con oltre 50mila decessi, un numero secondo soltanto a quello statunitense, che mentre scriviamo si avvia verso i 100mila. Johnson, arrivato a Downing Street dopo i trambusti politici dovuti a Brexit, si è ritrovato in poche settimane da sminuire la gravità della malattia ad essere ricoverato in terapia intensiva.

Una situazione politicamente paradossale, ma che rientra in una specifica narrazione populista: il leader come coraggioso uomo al comando, che non ha paura di nulla, indossa la mascherina controvoglia e si pone in pericolo in prima persona per i suoi cittadini. Secondo le cronache e i corsivi, può essere letta dentro questo schema politico anche l’ultima assurdità trumpiana: dichiarare di assumere l‘idrossiclorochina, un farmaco antimalarico su cui sono ricadute le attenzioni del mondo sovranista e complottista e su cui, al momento, non è ancora stata conclusa la sperimentazione per verificarne l’efficacia. Non importa che sia vero o meno che la assume, e non importa nemmeno che il farmaco sia utile o no: Trump vuole far passare il messaggio che lui è disposto a rischiare la sua salute per sconfiggere il virus e che confida nell’elettorato più irrazionale ed estremista.

La Russia di Vladimir Putin

Ma il paese coi numeri peggiori in questo periodo è la Russia. In pochi giorni, per via di un incremento giornaliero che ha superato i diecimila nuovi contagi, il paese guidato da Putin ha scalato la classifica delle nazioni più colpite fino a diventare, con oltre 300mila casi, il secondo al mondo per numero di contagi accertati. Rimane dietro solo agli Stati Uniti, dove i casi accertati sono 1,6 milioni.

La Russia è protagonista, negli ultimi anni, di un’ascesa autoritaria e populista al suo governo, presieduto da Vladimir Putin in modo quasi continuativo da vent’anni. E l’andazzo che lega populismo e Covid-19 sembra trovare conferma anche nel caso russo: nonostante i numeri in ascesa lo scorso martedì 5 maggio il presidente è apparso in tv e ha annunciato che la quarantena sarebbe gradualmente terminata. Aggiungendo che la gestione delle riaperture sarebbe stata affidata alle 22 repubbliche che compongono la nazione. Ricorda qualcosa? Esatto, lo scaricabarile sui governi regionali, se non uguale almeno assimilabile a quello fatto da Trump e Bolsonaro in Usa e Brasile.

L’India di Narendra Modi

Il secondo paese al mondo per popolazione (1,38 miliardi) per ora – e per fortuna – non è salito agli onori della cronaca per i numeri della diffusione della pandemia, ma ci sono comunque elementi per sollevare alcune preoccupazioni, visto che con 104mila infezioni accertate è a un passo da entrare nelle prime dieci nazioni al mondo per numero di contagi. Ma a preoccupare è anche il tracciamento. Il numero di tamponi infatti è molto basso: solo 1700 per milione di abitanti contro i 50mila italiani e i 65mila spagnoli; persino meno del Brasile che si attesta a un ampiamente insufficiente 3500 per milione.

La pericolosità della diffusione del nuovo coronavirus in India viene dal grande numero di cittadini indiani, ma anche dalla densità abitativa di alcune sue città come Mumbai, Surat e Ahmedabad, rispettivamente la seconda, la quarta e la quinta città più densamente popolate al mondo. E poi, torniamo alle politiche negazioniste e autoritarie di cui parlavamo sopra: il governo di Narendra Modi, per cui molti osservatori usano la definizione nazional-induista, ha dimostrato di voler approfittare della pandemia per reprimere la minoranza musulmana, già oggetto di leggi promulgate dall’attuale governo considerate da più parti contrarie ai diritti dei cittadini di fede musulmana. Leggi che tendono ad innescare l’odio tra indiani musulmani e indiani indù: lo scorso febbraio a Nuova Delhi sono morte più di trenta persone tra scontri e aggressioni a cittadini musulmani. La pandemia rischia di ledere il tessuto sociale e riaccendere gli scontri, e il governo, stando ai precedenti, potrebbe approfittarne per fini politici ed elettorali.

Quello dell’India non è l’unico caso di governo con tendenze autoritarie che usa la crisi sanitaria per aggredire le minoranze interne al territorio che controlla. Anche lo stesso governo brasiliano di Jair Bolsonaro, proprio durante questa pandemia, ha messo a rischio la stessa sopravvivenza delle popolazioni indigene dell’Amazzonia: tanto che il celebre fotografo brasiliano Sebastião Salgado, che ha passato quasi quarant’anni a documentare la vita di queste popolazioni, ha scritto una lettera aperta al presidente brasiliano che comincia così: Siamo alla vigilia di un genocidio”.

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