Le lezioni che abbiamo imparato in 6 mesi di coronavirus

Sono ormai passati sei mesi da quando, lo scorso 20 febbraio, in Italia fu identificata la prima persona contagiata dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2. Oggi i casi accertati nel nostro paese sono oltre 246 mila, con più di 35 mila vittime. E sebbene da qualche settimana l’epidemia in Italia appaia sotto controllo, il coronavirus non è affatto sparito: continua a circolare in tutto il mondo e sarà bene non farci trovare impreparati con l’arrivo dell’autunno, la stagione preferita dalle infezioni respiratorie. Facendo tesoro delle lezioni apprese potremo ridurre l’impatto di una possibile seconda ondata. Ecco quel che abbiamo imparato in questi mesi drammatici.

1. Pianificare l’emergenza in tempo di pace

Sapevamo che sarebbe successo: una pandemia con effetti devastanti per la salute e l’economia globale non era una questione di se, ma di quando. Eppure il mondo si è fatto trovare ugualmente impreparato. In un’intervista al Financial Times, Richard Horton, direttore della rivista medica The Lancet, lamenta che non aver dato retta ai ripetuti avvertimenti degli esperti di salute pubblica ha portato “al più grande fallimento delle politiche scientifiche da una generazione a questa parte”.

Il primo campanello d’allarme era squillato nel 2003, quando la Sars fece capire che i coronavirus possono provocare qualcosa di peggio di un raffreddore. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva esortato i governi a preparare un piano pandemico. Un invito rinnovato nel 2009 dopo l’ultima pandemia, quella causata dal virus H1N1 dell’influenza suina. E ancora una volta lo scorso settembre, con la pubblicazione del rapporto Un mondo a rischio redatto dagli esperti dell’Oms e della Banca mondiale. Ma chi legge i rapporti?

In realtà l’Italia si era pure dotata di un piano pandemico, ma dal 2008 è rimasto chiuso in qualche cassetto ministeriale e non è più stato aggiornato né implementato. Eravamo convinti di essere abbastanza pronti, nonostante nel 2019 il Global Health Security Index ci avesse relegato al 31° posto al mondo per capacità di gestire una minaccia pandemica. Quando il 30 gennaio l’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale, il governo si è limitato a sospendere i voli dalla Cina, ma con ogni probabilità il coronavirus stava già circolando indisturbato dentro i nostri confini da diverse settimane.

Solo dopo i primi casi, a fine febbraio, ci siamo accorti di non avere abbastanza mascherine neppure per medici e infermieri, che il sistema di contact tracing faceva acqua da tutte le parti e che gli ospedali rischiavano il collasso. Troppo tardi. L’unico modo per gestire un’emergenza anziché subirla è attrezzarsi in tempo di pace, cioè prima che l’emergenza si manifesti. La nostra protezione civile sa come portare soccorso alle popolazioni colpite dalle calamità naturali, ma risorse e poteri speciali si attivano solo quando scatta l’emergenza, mentre la cultura della prevenzione è ancora un miraggio. Per non farsi trovare impreparati, servono invece protocolli operativi già pronti per rispondere in modo rapido ed efficace ai diversi scenari di rischio. Abbiamo bisogno di più pianificazione, preparazione, condivisione e trasparenza. E non per la prossima pandemia, ma già per una possibile seconda ondata autunnale. È questa la prima lezione impartita dalla Covid-19.

2. Il lockdown funziona, ma è insostenibile

Oggi sappiamo che l’imposizione del lockdown e l’adozione di comportamenti di auto-protezione hanno funzionato: sono riusciti ad appiattire la curva epidemiologica, rallentando la diffusione del contagio e consentendo di riportare la situazione sotto controllo. Uno studio dell’Imperial College di Londra stima che le misure di contenimento adottate dall’Italia abbiano evitato circa 38 mila morti da Covid-19. Negli Stati Uniti si interrogano sgomenti su come diavolo ci siamo riusciti, visto che non siamo la Germania, ignorando forse che la quarantena l’abbiamo inventata noi nel Trecento.

Ma abbiamo anche appreso sulla nostra pelle che un lockdown generalizzato ha costi sociali, economici e psicologici insostenibili. Può servire da ultima spiaggia se, come accaduto in Cina e in Italia, non si riesce a spegnere sul nascere i primi focolai e l’epidemia dilaga. Ma un secondo lockdown deve essere evitato a ogni costo. Dalla cosiddetta “fase del martello” per contenere la diffusione dell’epidemia siamo ormai passati alla “fase della danza” con il coronavirus, dove dovremo imparare a convivere con un’alternanza di periodi di rilassamento (come quella che stiamo vivendo) e fasi di contenimento della circolazione virale. È tuttavia cruciale che eventuali nuove misure restrittive siano circoscritte e di breve durata. Riuscirci dipende dai nostri comportamenti e dalla capacità della autorità sanitarie di scovare in tempi rapidi ogni nuovo focolaio.

3. Testare, tracciare, trattare

È stato ripetuto come un mantra: per controllare i focolai serve un sistema capace di identificare e isolare tutti i casi sospetti. Non esiste un solo modo per farlo, ogni nazione si è organizzata a seconda delle proprie risorse tecnologiche e del quadro socioculturale e legislativo. Di certo non si può prescindere dalla capacità di eseguire un gran numero di tamponi e di risalire la catena dei contagi con sistemi di tracciamento che possono includere tecnologie più o meno sofisticate e intrusive, ma che non possono certo prescindere da personale adeguatamente formato e da una rete di assistenza territoriale per le persone in isolamento o bisognose di cure mediche. In Italia l’app Immuni è stata scaricata da poco più di 4 milioni di italiani e rischia di avere un ruolo marginale, mentre secondo studi recenti è lecito dubitare che tutti i dipartimenti di prevenzione siano stati potenziati a sufficienza per fronteggiare un’eventuale seconda ondata autunnale.

La tempistica è cruciale: per un agente infettivo che si trasmette anche da persone asintomatiche, riuscire a circoscrivere i focolai limitando il contagio a una manciata di casi anziché perdere il controllo è spesso più questione di ore che di giorni. Non sorprende che i Paesi che hanno avuto più successo nel controllo dell’epidemia, come la Corea del Sud o Taiwan, avessero sistemi di contact tracing già sviluppati all’epoca della Sars e collaudati negli anni successivi. Ancora una volta, la preparazione si è rivelata cruciale.

Inoltre abbiamo riscoperto come, in assenza di farmaci specifici e vaccini, le nostre difese più efficaci siano quelle di sempre: lavarsi spesso le mani, limitare la socialità e gli spostamenti, indossare le mascherine. E poiché l’adozione di comportamenti di auto-protezione è indispensabile per arginare il contagio, non si può gestire un’emergenza pandemica (né un terremoto o un’alluvione) senza il coinvolgimento attivo e consapevole della popolazione. Ecco perché è importante spiegare l’importanza delle misure di protezione e motivare le persone ad adottarle: sul lungo periodo, funziona molto di più di una comunicazione paternalistica e impositiva. E purtroppo dovremo convivere (danzare) con Sars-CoV-2 ancora a lungo.

4. Lunga vita alla sanità pubblica

La pandemia ha mostrato che dobbiamo tenerci stretto il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn), pubblico e universalistico, e per questo in grado di garantire l’assistenza anche alle fasce più deboli della popolazione, che sono sempre le più colpite dagli impatti di qualsiasi calamità. Sebbene negli ultimi decenni la sanità pubblica abbia subito un sistematico taglio di fondi, nella gestione dell’emergenza pandemica ha fatto la parte del leone, mentre il contributo della sanità privata è apparso tardivo e marginale rispetto alle risorse di cui gode, soprattutto in Lombardia.

Inoltre, nonostante nelle settimane più drammatiche dell’emergenza l’attenzione si sia concentrata sulla disponibilità di posti letto nelle terapie intensive, è diventato chiaro che la tenuta del sistema sanitario dipende anzitutto dall’efficacia delle cure primarie offerte dai medici di base e dai servizi di assistenza territoriale, che sono la vera prima linea durante una pandemia. Potenziare la medicina territoriale è il modo più efficace per garantire l’assistenza primaria senza sovraccaricare i pronto soccorso e le corsie degli ospedali, riservando i ricoveri ai pazienti che sviluppano i sintomi più gravi della Covid-19. È apparso infine evidente che gestire un’emergenza sanitaria senza un indirizzo di governo unico per tutte le Regioni risulta alquanto difficile, per usare un eufemismo. Come ha affermato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, è impossibile far funzionare la sanità nazionale con venti sistemi regionali completamente diversi e che hanno difficoltà a parlarsi fra loro.

5. Serve una guida credibile

In questi mesi abbiamo sperimentato quanto sia importante poter contare su una guida affidabile nell’emergenza. Per orientarsi nell’incertezza che domina le prime fasi di ogni epidemia, è cruciale ricevere informazioni tempestive e trasparenti su quel che sta accadendo, nonché indicazioni chiare e coerenti sui comportamenti da adottare per proteggersi. Non sempre è stato fatto, per mancanza di pianificazione e forse anche di risorse e competenze nella comunicazione istituzionale del rischio. Non a caso, scorrendo gli indicatori del Global Health Security Index che misurano la preparazione alle pandemie, l’Italia sconta uno dei risultati peggiori proprio nella comunicazione del rischio (25 su 100, contro una media mondiale di 39 su 100).

In diverse occasioni si è persino sminuito il pericolo, violando quella che è considerata la prima regola nella comunicazione d’emergenza. Stranamente, però, questo errore è stato fatto più da esperti e scienziati che non dal governo, come invece accade di solito. Anzi, al ministero della Salute va riconosciuto di avere sempre tenuto la barra dritta, senza mai nascondere la gravità della situazione né l’importanza di adottare quei comportamenti di auto-protezione che si sono dimostrati essenziali per arginare il contagio. Il problema, semmai, è stata la scarsa capacità della comunicazione istituzionale di presidiare le arene di discussione pubblica, lasciando un vuoto che inevitabilmente è stato colmato da altre voci non sempre attendibili e che hanno trovato ampia risonanza sui giornali, in tv o nei social. Secondo un’indagine dall’istituto di ricerca Observa, appena un quinto degli italiani si è affidato ai canali diretti delle fonti istituzionali per informarsi sul coronavirus, sebbene queste godano di maggiore fiducia rispetto ai mass media.

Nell’incertezza, meglio sbilanciarsi dalla parte della precauzione, recita un’altra regola della comunicazione del rischio. Non sempre è stato fatto, neppure a livello internazionale. Sebbene non abbia mai sminuito il pericolo né perso occasione per esortare gli Stati a prepararsi anche allo scenario peggiore, in più di un’occasione l’Oms ha ritardato decisioni cruciali, forse anche per un eccesso di prudenza diplomatica che ha finito per indebolirne la credibilità. Eppure, oggi più che mai, avremmo bisogno di un’agenzia internazionale più indipendente e autorevole, dotata delle risorse, delle competenze e dei poteri necessari per svolgere un ruolo di sentinella della salute pubblica mondiale. L’emergenza ha svelato la centralità della cooperazione di fronte a minacce globali come le pandemie o i cambiamenti climatici. Nell’Unione Europea ha generato sconcerto la mancanza di collaborazione tra i governi, che talvolta hanno preso decisioni unilaterali senza nemmeno consultare i Paesi vicini. Per questo oggi Bruxelles auspica uno sforzo per favorire la solidarietà tra gli Stati membri, lo scambio di informazioni e di equipaggiamenti da destinare ai Paesi più colpiti.

6. Senza dati affidabili, si naviga alla cieca

Abbiamo imparato che per gestire una pandemia occorre conoscere in tempo reale l’evoluzione del contagio. Senza pianificazione si naviga a vista, e senza dati affidabili si rischia di navigare alla cieca: è quel che è successo durante la prima ondata dell’epidemia in Italia, quando la gestione dell’emergenza è apparsa tardiva e improvvisata. Senza un piano pandemico, un coordinamento efficace fra le diverse istituzioni coinvolte nella gestione del rischio e la difficoltà di basare le decisioni su dati attendibili, i cittadini hanno ricevuto informazioni confuse e contraddittorie. Lo scaricabarile fra Regioni e governo ha fatto il resto, contribuendo a ritardare gli interventi per contenere i primi focolai. Ben presto è apparso evidente che la situazione era fuori controllo.

Nella complessità del mondo in cui viviamo si può superare questo ostacolo soltanto fondando la gestione del rischio su decisioni data-driven, cioè basate un corpus di informazioni sempre aggiornate, tracciabili, accessibili e trasparenti. E questo può avvenire soltanto se i dati sono raccolti e condivisi in forma nativamente digitale. Purtroppo l’amministrazione pubblica italiana sconta un grave ritardo nel processo di digitalizzazione, da cui non è esente neppure il nostro sistema di protezione civile. Per competitività digitale l’Italia si posiziona in fondo alla classifica dei Paesi dell’Unione Europea, occupando la 25esima posizione su 28 dell’indice Desi (Digital Economy and Society Index). E questo costituisce un grave ostacolo per il coordinamento e lo scambio di informazioni fra le istituzioni impegnate nella gestione delle emergenze, come purtroppo è emerso anche durante la pandemia di Covid-19, con ritardi e inefficienze che si rischia di pagare sia in termini economici sia di vite umane.

Se c’è qualcosa che ha insegnato la pandemia è l’importanza delle risorse digitali, sia nella nostra vita quotidiana, sia per il sistema di protezione civile che deve garantire la sicurezza pubblica. Al punto che l’accesso a internet dovrebbe essere considerato un servizio essenziale come l’elettricità o le tubature dell’acqua. Basti pensare al ruolo del web nel mantenere le relazioni sociali durante il lockdown, nel preservare, pur con mille difficoltà, il diritto allo studio di alunni e studenti, o nel dare continuità alle attività lavorative grazie allo smart working. O ancora, per limitarsi a un solo esempio in ambito sanitario, per potenziare la telemedicina, che consentirebbe di offrire assistenza ai pazienti meno gravi senza intasare ospedali, ambulatori e pronto soccorso, tutelando la sicurezza di medici, infermieri e operatori sanitari. Beato il Paese che non ha bisogno di eroi in camice bianco.

7. Siamo vulnerabili

Il nostro mondo globalizzato è una tentazione irresistibile per gli agenti patogeni e gli esperti temono che le pandemie diventeranno sempre più frequenti. L’espansione degli insediamenti urbani nelle aree deforestate, la diffusione degli allevamenti intensivi e del commercio di fauna selvatica hanno moltiplicato le occasioni di contatto con virus e batteri che circolano negli animali. E così sono aumentate anche le zoonosi, cioè la possibilità che qualche agente infettivo faccia il salto di specie, passando dagli animali agli esseri umani e causando un’epidemia.

Accade di continuo, da sempre. Ma a differenza del passato, quando una malattia infettiva trasmessa dagli animali colpiva gli abitanti di un villaggio isolato senza che il resto del mondo neppure se ne accorgesse, oggi le probabilità che un agente infettivo scateni una pandemia sono molto più elevate per via dell’aumento della popolazione umana, della concentrazione dei nostri corpi in metropoli sovraffollate e del traffico aereo e marittimo che ha annullato barriere geografiche un tempo insormontabili come gli oceani o le catene montuose.

È la nostra invadente presenza a renderci vulnerabili alle pandemie. Possiamo mitigare il rischio cambiando il nostro insano rapporto con l’ambiente e con gli animali domestici e selvatici. Preservare le foreste e mangiare meno carne è il miglior modo per prevenire le pandemie. Ma dovremo anche tenere gli occhi aperti, rafforzando i sistemi di monitoraggio e allerta rapida degli agenti infettivi emergenti, perché la pandemia di Covid-19 non sarà certo l’ultima, né la peggiore che possiamo immaginare. La prossima, là fuori, è già in agguato.

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