Cos’ha detto Draghi nel suo viaggio in Libia sulla questione migranti

(Foto: Stringer/Afp via Getty Images)

In occasione del suo primo viaggio all’estero come presidente del Consiglio in Libia, Mario Draghi ha voluto esprimere il suo sostegno all’operato di Tripoli in tema di “salvataggi”. Così ha definito il premier l’operato della guardia costiera libica nella gestione dei flussi di migranti nel Mediterraneo, pur essendo noto che spesso non interviene in soccorso delle imbarcazioni in difficoltà, lasciando che i migranti muoiano in mare, così come sono conosciute le condizioni disumane dei campi libici. Draghi ha anche annunciato la volontà del governo di riattivare l’Accordo di amicizia del 2008, voluto allora da Silvio Berlusconi.

La visita

Draghi si è recato in visita a Tripoli per incontrare Abdul Hamid Dabaiba e Mohammed Menfi, cioè il primo ministro a capo dell’esecutivo e il presidente del Consiglio presidenziale della Libia. I due sono stati eletti alla guida del paese lo scorso febbraio a Ginevra, dal Forum di dialogo politico libico, per rafforzare il cessate il fuoco tra le due fazioni rivali, che hanno incendiato la Libia con una guerra civile dal 2015. Questo governo rappresenta il primo esecutivo unito dal 2014 e il suo ruolo è di condurre il paese fino alle prossime elezioni, fissate per il 24 dicembre 2021.

I rapporti con la Libia sono di importanza fondamentale per l’Italia, sia per la gestione delle migrazioni, che hanno nel paese uno dei più importanti canali di partenza, sia sul punto di vista energetico, con l’Eni che detiene il controllo della maggioranza dei pozzi di petrolio lì presenti. Tuttavia, negli ultimi tempi Francia, Turchia e Russia hanno esteso sempre di più la loro influenza nel paese, la prima sul piano diplomatico e economico, mentre le seconde sul piano militare, con l’invio di rifornimenti e truppe mercenarie.

Le dichiarazioni sui flussi migratori

Sul piano dell’immigrazione – ha detto Draghi durante la conferenza stampa con il primo ministro libico Abdul Hamid Dabaiba – noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e, nello stesso tempo, aiutiamo e assistiamo la Libia”. Dalla firma del memorandum di intesa del 2017, quando presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e ministro dell’Interno Marco Minniti, l’Italia ha finanziato la cosidetta “guardia costiera” libica con oltre 20 milioni di euro, di cui 10 approvati nel 2020.

La “guardia costiera” è in realtà un corpo militare composto principalmente da ex militari e trafficanti, creato, addestrato e finanziato dall’Italia per intercettare i migranti nel mediterraneo e riportarli in Libia, un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Inoltre, molto spesso, la “guardia costiera” non interviene in soccorso delle imbarcazioni in difficoltà, lasciando che i migranti muoiano in mare. È solo dello scorso 20 marzo la notizia di oltre 60 persone morte al largo delle coste libiche, abbandonate al loro destino nonostante le segnalazioni fatte dalle ong alle autorità.

Le violazioni dei diritti umani e la gestione dei fondi

Dal 2017, oltre 600 mila persone, tra migranti e rifugiati, sono state intercettate in mare dalla guardia costiera e trattenute nei centri di detenzione libici. Questi campi sono stati più volte denunciati dalle organizzazioni internazionali, compresa l’Onu, per le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate al loro interno e per le condizioni disumane in cui vengono lasciati i migranti. L’Italia ha fatto ben poco finora per cambiare questa situazione. Rispetto ai 20 milioni dati per la “guardia costiera”, l’investimento per migliorare le condizioni dei centri di detenzione è stato di solo 6 milioni negli ultimi anni e nessun progetto è stato ancora completato. Inoltre, c’è stata una totale mancanza di monitoraggio da parte dell’Italia rispetto ai fondi dati a Tripoli nel corso degli ultimi anni. Secondo diverse inchieste, molti di questi finanziamenti sono finiti in mano a trafficanti e milizie, gli stessi che speculano sul traffico di migranti, a cui chiedono migliaia di euro per traversate quasi impossibili.

Le intercettazioni dei reporter italiani

Proprio nel contesto di queste inchieste, negli scorsi giorni uno scoop di Andrea Palladino su Domani ha rivelato che diversi reporter italiani, impegnati a raccontare le violenze dei campi libici e i metodi brutali della “guardia costiera” sono stati intercettati per anni dalla procura di Trapani, pur non essendo indagati o coinvolti nelle indagini. Nel corso delle investigazioni sul ruolo delle Ong Jugend Rettet, Save the Children e Medici Senza Frontiere durante gli sbarchi del 2016, i giudici hanno autorizzato la polizia giudiziaria a tenere sotto controllo i giornalisti più coinvolti nei reportage sulla rotta mediterranea e sulle condizioni dei campi libici.

Questa raccolta di informazioni è particolarmente grave perché ha dato accesso alle forze dell’ordine, in maniera irregolare, a nomi di fonti, contatti e rapporti personali delle giornaliste e dei giornalisti coinvolti. Il caso più eclatante è quello della giornalista freelance Nancy Porsia, che oltre alle intercettazioni telefoniche ha subito anche il tracciamento degli spostamenti. Al ministero della Giustizia è stato aperto un fascicolo sull’inchiesta della Procura di Trapani ed è stata formalmente inviata all’ ispettorato generale la richiesta di “svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando all’esito valutazioni e proposte”.

 

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