Il divorzio dei Gates ripropone il tema di capitali enormi nelle mani di pochissimi

La notizia del divorzio di Bill e Melinda Gates ha comprensibilmente attirato l’attenzione dei media. Anche per l’affiorare di dettagli sull’accordo prematrimoniale fra i due. In particolare la concessione scritta di un weekend all’anno per Bill da trascorrere con la sua ex fidanzata per parlare di biotecnologie e dedicarsi ai videogame ha fatto sorridere molti. Per la precisione contrattuale, da un lato, ma anche per l’idea che : a) il massimo della trasgressione di Bill Gates potesse essere così innocente, oppure b) per il brillante escamotage utilizzato dalla coppia con l’obiettivo di evitare l’imbarazzo di mettere nero su bianco un altro genere di “libertà”.

Bill e Melinda Gates – foto iPa

Il patrimonio di Gates, oggi, è stimato intorno ai 124 miliardi dollari. Questo secondo la classifica 2020 delle persone più ricche al mondo di Forbes, che vede Jeff Bezos, il fondatore e presidente di Amazon, al numero 1 della lista per il quarto anno consecutivo, con 177 miliardi dollari, 64 in più in un anno (si tratta sempre di stime). Se Bill Gates, si trova “solo” al quarto posto, seguito a ruota da Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, giusto per concludere la lista dei 5 uomini più ricchi al mondo, al secondo troviamo Elon Musk e al terzo la famiglia Arnault.

(Foto di Alex Wong/Getty Images)

Quanto alla distribuzione sul pianeta dei super ricchi, al primo posto ci sono gli Stati Uniti, con 724 miliardari, tallonati dalla Cina con 698. E sempre Forbes, fa notare che, nonostante la pandemia, per i super ricchi il 2020 è stato un anno d’oro, con una crescita complessiva di ricchezza di 5 trilioni e un numero record di nuovi miliardari. Ora, giusto per dare un’ordine di misura, il Pil dell’Italia, con i suoi circa 60 milioni di abitanti, nel 2020 è stato di sui 1.651,6 miliardi. E il più ricco del nostro Paese, Giovanni Ferrero, ha un patrimonio di 27,5 miliardi di dollari,

Jeff Bezos, ad di Amazon (Matthew Staver/Bloomberg/Getty Images)
Jeff Bezos, ad di Amazon (Matthew Staver/Bloomberg/Getty Images)

Ma tornando al divorzio di Bill Gates, weekend a parte, molti nel mondo si sono fatti una domanda più urgente: che effetti avrà la loro separazione sui destini della Bill & Melinda Gates Foundation, una delle fondazioni di beneficienza più ricche e influenti al mondo, che, con i suoi progetti in sanità, istruzione e lotta alla povertà, può influire sulla vita di milioni di persone?

Nel 2019, il divorzio fra Jeff Bezos, aveva fatto dell’ex MacKenzie Scott, una delle donne più ricche al mondo (il suo patrimonio è stimato intorno ai 60 miliardi di dollari) e una delle più generose: nel 2020 avrebbe devoluto in beneficienza 6 miliardi di dollari. Due anni dopo, il divorzio tra Bill e Melinda, di cui non si conoscono ancora i dettagli economici, quasi certamente sarà ancora più ricco. E anche se nessuno mette in dubbio che Melinda continuerà nella sua opera a favore dei meno fortunati (c’è, però, chi scommette che, riacquistato il suo status da single, la signora voglia investire maggiormente in progetti a favore delle donne), è indubbio che potrebbe avere ricadute notevoli proprio sulla Bill & Melinda Gates Foundation. E possiamo immaginare le preoccupazioni di tutti i soggetti che finora avevano beneficiato della generosità della coppia.

Ma, più in generale, siamo sicuri che il sistema attuale che permette una concentrazione di capitali così forte non sarebbe da rivedere? Giusto pochi giorni fa si è riparlato di come il colosso Amazon, nonostante oltre 40 miliardi di ricavi in Europa, non abbia sborsato un centesimo in tasse (una rivelazione del quotidiano inglese The Guardian). E questo, mentre anche il più piccolo imprenditore che vende i propri prodotti sulla piattaforma è costretto a pagare una commissione, più le tasse.

L’esperto di politiche tecnologiche Alec Ross, ex senior advisor for Innovation per Hillary Clinton e collaboratore della campagna alle presidenziali di Barack Obama, da tempo solleva il problema delle dimensioni di aziende come Amazon, Google e Facebook, “potenti e ricche come nazioni”. Senza contare che, quando Mark Zuckerberg, nel 2015, alla nascita della figlia avuta con la moglie Priscilla Chan, aveva annunciato la donazione del 99 per cento delle azioni alla Chan Zuckerberg Initiative, c’è chi aveva fatto notare che il realtà il CEO di Facebook avrebbe mantenuto il controllo del capitale senza di fatto essere obbligato dalle normative societarie a devolvere un centesimo in beneficenza.

Ma anche se i ricconi del mondo e le loro consorti o ex fossero assolutamente devote alla causa di rendere questo mondo migliore, resta una domanda legittima alla quale bisognerebbe rispondere con urgenza: è giusto che una manciata di persone sul pianeta possa decidere a chi fare del bene e come utilizzando parte di capitali ammassati anche grazie a un sistema che consente alle loro aziende di pagare molte meno tasse dei loro dipendenti?

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